Parole sulle ali del vento

Chi s'è fregato il mio formaggio?


(Nuovo inserimento. 25 marzo 2013)

 

   Il viaggio era stato molto più lungo di quanto indicato dall’orario. Un imprevisto aveva prolungato il volo Parigi-Caracas di parecchie ore. Una passeggera a bordo, decisamente sfortunata a suo modo di vedere, molto rompiscatole per i compagni di viaggio, s’era sentita male. Qualcuno diceva che si trattava di un attacco di peritonite. L’aereo, quand’era già sopra le Azzorre, aveva dovuto invertire la rotta per scaricare la malcapitata a Lisbona, riprendendo il volo dopo il necessario rifornimento di carburante. Sinceramente, per C. Eleste il fatto costituiva un’aggravante nel giudizio che stava formulando sulla vittima. Una pura e semplice seccatura. Non sapeva più come passare il tempo. Molto sicuro delle sue capacità letterarie, s’era messo a scrivere un racconto con l’ambizione nemmeno troppo nascosta di eguagliare la fama di Pirandello e Maupassant. Lo aveva concluso in un’ora circa, rimandando tutto il lavoro di rifinitura al suo rientro in Italia. Poiché cominciava ad essere stanco, aveva deciso di rinunciare alla lettura del romanzo poliziesco che teneva nello zaino. I monitor stavano trasmettendo uno di quei film melensi, regolarmente e inesorabilmente proiettati durante le trasvolate, dalle cuffie giungeva la solita musica. Come gli capitava sempre in simili occasioni, non riusciva a dormire. Insomma, una noia totale alla quale si sommava inesorabilmente di minuto in minuto una stanchezza insopportabile. Dio aveva voluto, però, che si arrivasse alla meta e C. Eleste, pur essendo costituzionalmente uno scettico miscredente, dovette ammettere che un Dio esiste. Era notte fonda. Sbrigate le pratiche doganali, un membro della comitiva risultò mancante all’appello, nonostante le istruzioni ricevute. Se n’era andato per conto suo, senza informare nessuno e provocando un ulteriore ritardo nelle operazioni di trasferimento all’albergo. Voci maligne sostennero che su di lui più che la stanchezza aveva potuto il letargo del cervello.
      Finalmente, verso le due di notte, si giunse alla meta. Qui, C. Eleste dimenticò immediatamente di essere uno dei miliardi di miserabili che abitano la terra. Entrato nello splendente Hotel Ta-Manáco, ebbe all’istante l’impressione di essere giunto in una reggia di Versailles del terzo millennio. Il personale, anche l’ultimo addetto alle mansioni esecutive, indossava divise disegnate dai migliori stilisti in circolazione. Colse il secondo segno in ascensore, dove lesse che gli ultimi due piani erano riservati ai dipendenti. Proprio come nel passato, alla servitù era destinato il sottotetto.
   Dopo alcune ore di dormiveglia, in una camera dove il brusio del condizionatore era più fastidioso del rumore di fondo che lo aveva accompagnato per tutto il viaggio, più per darsi una mossa che per la fame, decise di concedersi la prima colazione. Era già il sesto pasto in ventiquattr’ore. Nelle ore di volo, il prolungamento forzato lo aveva spinto a mangiare già cinque volte, nonostante non ne sentisse il bisogno. Lo aveva fatto solo per passare il tempo. Quando scese, si rese immediatamente conto di qualcosa che aveva vagamente intuito all’arrivo, ma che nella confusione e nella sonnolenza non aveva realizzato. Nonostante l’hotel avesse le sue cinquecento camere tutte occupate, il numero dei clienti era di gran lunga inferiore al numero dei dipendenti. Una folla di gentilissimi camerieri, in elegante e lindissimo costume, era indaffarata a girare fra i tavoli esclusivamente per versare caffè. Caffè? Si fa per dire. Constatò che si trattava di agua de calcetín, come in Messico, dove aveva coniato questa definizione, acqua residua del lavaggio di calzini. Gettato uno sguardo ammirato e voglioso alla piscina che si stava riempiendo d’acqua, risalì al piano terra per perlustrare meglio il complesso. All’interno, una farmacia, un’edicola, diversi negozi d’alto livello, un’agenzia viaggi, tre ristoranti, tre bar, saloni per conferenze e convivi. All’esterno, sempre annessi all’edificio, una banca, altri negozi di prima categoria e una seconda agenzia viaggi. All’entrata, giungevano senza sosta taxi che scaricavano nuovi clienti, pronti a rimpiazzare immediatamente coloro che se ne andavano. Uscieri e facchini in luccicante livrea, ragazze in minigonne abissali e gambe stratosferiche ricevevano ossequiosamente e con il sorriso tatuato sul viso i nuovi arrivati, ringraziavano educatamente e con grazia i partenti. «Una pacchia», pensò. «Cosa ci vengono a raccontare della povertà di questi paesi? Tutto falso. Qui c’è solo lusso sfrenato».
      Forte di questa verità assoluta, decise di girare un po’ per la città. Doveva, fra l’altro, sbrigare un impegno. Infatti, non era giunto per semplice diporto nello stato che porta il glorioso nome di Venezia. Era stato chiamato per dare una mano nell’organizzazione di una conferenza. Necessità voleva che si recasse in un’agenzia di cambio per trasformare un biglietto di mille dollari in tanti bigliettini da cinque, dieci e venti. Un’operazione all’apparenza facilissima che richiese tre ore e l’intervento di ben sette impiegati. Costo, diciotto dollari, cioè dollari due e cinquecento settantuno mila quattrocento ventotto periodici pro capite. Calcolò che ognuno aveva lavorato mediamente, arrotondando il cento quarantadue mila ottocento cinquantasette periodico rimanente dalla divisione, circa venticinque minuti. Considerato che a chi lavora a quel livello da queste parti andava appena la quinta parte, stabilì che la retribuzione oraria di ciascuno era di un dollaro, ventitré centesimi e rotti periodici, pari a nove dollari, ottantasette centesimi arrotondati giornalieri, cioè a lire ventimila settecento al cambio del momento. Cominciava ad avere delle perplessità. Da dove arrivava tutta quella gente che riempiva le camere, al prezzo di trecentomila lire a notte, prima colazione compresa?
      Durante il ritorno nella sede dei lavori, percorrendo le caotiche vie di Caracas, fu assalito da un altro interrogativo. Ad ogni incrocio e negli ingorghi, una moltitudine di giovani in leggere casacche verdi o arancioni, rischiando di finire inesorabilmente schiacciati dalle auto che nervosamente scattavano al primo segnale di via libera, offrivano agli automobilisti un libro intitolato Quién ha llevado mi queso? (Chi s’è fregato il mio formaggio?). Pensò che l’umanità aveva indubbiamente problemi più seri da risolvere. Ancora non s’era stabilito definitivamente chi avesse creato l’universo, chi avesse scoperto il fuoco, chi avrebbe inventato il modo di sfamare il mondo, chi avesse ragione e chi torto nei dibattiti politici. A chi poteva interessare di conoscere l’autore di un simile furto, indubbio fantasioso Lupin del ventunesimo secolo? C. Eleste, inoltre, doveva risolvere un’altra questione. Aveva dimenticato la differenza fra area e superficie. Convenuto in Venezuela per partecipare ad una conferenza d’area fra persone provenienti dal Centro e Sud America, si ricordava che in geografia gli era stata insegnata la superficie degli stati e non l’area. Nella sua testa c’era parecchia confusione in merito. Non riusciva a ripescare con sicurezza nella memoria se gli avevano parlato di superficie dell’area o di area della superficie. Era andato a scuola nell’epoca in cui si credeva che la base del sapere fosse il possesso dei contenuti. Poi, era arrivata la grande riforma. I contenuti, sprezzantemente definiti nozioni, furono cancellati dalla pratica didattica. Tutto si apprendeva sulla base di più o meno, pressappoco, può darsi, circa o all’incirca, penso che, forse, quasi. Da quel momento erano apparsi i quesiti idioti come quello che si trovava davanti agli occhi ogni due metri nelle strade della capitale sudamericana. Decise di ignorare il martellante interrogativo. Aveva altro da fare.
     Alla fine della giornata d’intenso lavoro, decise di non scoprire la vita notturna della città. Si sedette in atrio su una comoda poltrona, in compagnia di due partecipanti al convegno che desideravano passare il tempo con lui, oziosamente parlando e maliziosamente osservando il via vai. Uno era L. Ino, giunto definitivamente a questo nome essendo passato precedentemente attraverso il L. Enin datogli alla nascita e il B. Enito attribuitogli successivamente, per necessità contingenti. L’altro era U. Mberto, che raccontò come anni addietro fosse riuscito a buggerare un chirurgo che lo voleva a tutti i costi veder morto. Nacque subito un rapporto di complicità. Ad un certo punto, la loro attenzione fu attirata da gente in maschera che entrava ad ondate successive e massicce, sicuramente per una festicciola organizzata in occasione del carnevale. Le valutazioni sul pessimo gusto nella scelta dei modelli furono molto severe. Entrarono quindi gli invitati ad un matrimonio. Quanti fossero, non riuscirono a calcolarlo. Quattro ore più tardi, c’erano ancora persone che giungevano spiritate, ansimando per la corsa. Gli occhi fuori dalle orbite e la concitazione evidenziavano manifestamente il loro folle terrore di non trovare più nulla da mettere sotto i denti. Questi convenuti erano vestiti indubbiamente meglio. Seri completi gessati per i maschi, abiti da sera spropositatamente scollacciati per il gentil sesso. Ce n’era qualcuna di carina, tuttavia la maggioranza sembrava uscita da un film dell’orrore. Per fortuna, verso mezzanotte giunse un manipolo di signorine abbastanza carine, accompagnate da un distinto signore con regolare cellulare in mano. Agli amici fu immediatamente chiaro cosa fossero venute a fare. Tutte erano vestite in modo elegante, tranne una in un completo rosso piuttosto pacchiano, che indicava in modo lampante la professione delle giovani. Ogni tanto, il tizio rispondeva ad una chiamata telefonica, faceva un cenno con la testa ed una di loro usciva dal gruppetto per salire ai piani, utilizzando uno dei tre ascensori in perpetuo saliscendi. I commenti dei tre guardoni si sprecarono.
    La partecipazione consapevole a questo gioco ignominioso non aveva eliminato dalla testa di C. Eleste l’imperativa richiesta presentatagli, durante il giorno, attraverso finestrini dell’auto. A tratti, infatti, risaliva in superficie la domanda su chi avesse sottratto il formaggio al suo legittimo possessore, di cui s’ignorava comunque il nome.
     Terminato di tagliare gli abiti addosso agli ospiti della serata, finalmente decise di risalire in camera. Coricatosi senza troppe speranze di dormire, si girò e rigirò sul letto per il resto della nottata. Quel problema irrisolto lo perseguitava. Insomma, chi aveva fregato il formaggio? Per liberarsi dal fastidio, cercò di pensare a qualcosa d’interessante. Se avesse azzeccato il sei buono al Superenalotto, avrebbe sicuramente potuto comprare per rifugiarvisi un’isola solitaria e paradisiaca del Caribe o molto più lontano ancora, nel Pacifico, dove nessuno lo avrebbe più potuto tormentare con simili scempiaggini. Ma, nei momenti di riposo fra la degustazione di un cocco fresco e una scorpacciata d’aragoste all’ombra refrigerante delle palme, inesorabilmente si accendeva nella mente la scritta Chi s’è fregato il mio formaggio? Gli fu evidente che per riappropriarsi del riposo avrebbe dovuto scoprire chi fosse il colpevole. Accanito lettore di gialli e polizieschi, nella sua vita aveva divorato l’opera integrale di Agatha Christie, Georges Simenon, Arthur Conan Doyle, E.D. Biggers, Rex Stout. Conosceva a menadito il catechismo delle indagini. Padroneggiava a perfezione i segreti investigativi di Miss Marple, Hercule Poirot, Sherlock Holmes, Charlie Chan, Nero Wolfe e del commissario Maigret. Naturalmente, non trascurava i trucchi del mestiere appresi studiando le gesta televisive del tenente Colombo e della Signora in Giallo. Eppure, la soluzione gli appariva molto remota, pressoché introvabile. Gli indizi erano del tutto inesistenti, il corpo del reato era per l’appunto scomparso. Che dire dell’introvabile depredato che aveva denunciato l’illecita sottrazione?
       Per la seconda volta, vide le luci dell’alba. Non gli rimase che scendere per la colazione. Nella veranda, i soliti cortesissimi camerieri, assatanati dal miraggio della loro miseranda retribuzione, versavano in continuazione caffè nelle tazze degli ospiti che, di nascosto, lo utilizzavano per abbeverare le piante ornamentali sparse un po’ ovunque. Fu allora che, mentre stava degustando gustosissime fette di melone nel bel mezzo del mese di febbraio, giunse l’amico I. Vano, preziosissimo ed efficientissimo organizzatore della conferenza, dall’inimmaginabile appetito. C. Eleste sobbalzò sulla sedia, rischiando di far cadere uno dei forsennati portatori di caffè. Che stupido era stato. Come aveva fatto a non capire? La risposta alla domanda che gli aveva tolto riposo e pace era lì, davanti ai suoi increduli e sbalorditi occhi, già dalla mattina precedente. Le prove della colpevole sottrazione erano in bella mostra nel piatto di I. Vano. Con la criminale complicità del servizio ristorazione dell’Hotel Ta-Manáco, l’ingordo s’era appropriato di tutti i formaggi prodotti in Venezuela.
      La prima mossa fu quella di telefonare alle autorità competenti, perché fosse ritirato dalla circolazione il diabolico volumetto, causa d’ingorghi, di alcuni incidenti stradali con morti e feriti e, soprattutto, dell’insonnia ansiosa di C. Eleste.
     Anche il genere umano poteva dormire finalmente sonni tranquilli. Il ladro era stato beccato sul fatto.

                     Pier Celeste Marchetti
2001