Parole sulle ali del vento

I ruinassi


   Adriano aveva sbagliato fin dall'inizio nella scelta del lavoro della sua vita. A dire il vero, vi era stato costretto dai genitori. Per i figli, i genitori sono i più grandi rompiscatole che calpestino il pianeta. Mai che un giovane possa decidere quello che vuole, come deve essere il futuro al quale aspira, come condurre la sua vita. I genitori sono la maggiore disgrazia che possano avere i figli.
   Quindi, i genitori di Adriano, al compimento del suo quattordicesimo anno, terminata la scuola dell'obbligo, quando si poteva scegliere di andare a lavorare, gli dissero:
   "Vai a studiare. E dato che ci sei, fai il ragioniere, ché le prospettive di lavoro sono buone."
   "Ma a cosa serve studiare?" aveva obiettato Adriano. "Guardate i miei compagni che hanno deciso di lavorare. Sono contenti. Fanno quello che volevano fare fin da piccoli e si prendono anche dei bei soldini!"
   "Devi studiare. Devi prendere il diploma. Un pezzo di carta serve sempre!"
   Così, Adriano fu costretto a studiare. Non che ci mettesse troppo impegno. Gli bastava avere la sufficienza, che all'epoca non si rifiutava a nessuno, con l'aria che tirava. Erano gli anni di piombo. Nelle città del Nord, dove viveva Adriano, ma anche in quelle del Centro e, un po' meno, in quelle del Sud e nelle Isole le proteste, le bastonate, le sassaiole dei contestatori erano all'ordine del giorno. Si manifestava per le strade contro qualcuno al grido di "... fascista sei il primo della lista!" Ovviamente, l'interessato, con l'ausilio dei suoi fedelissimi, reagiva pure lui pesantemente. A volte, purtroppo, ci scappava tragicamente anche il morto. Era un periodo in cui, per dirla con il pittore spagnolo Goya, il sonno della ragione generava mostri. L'uomo era risalito sugli alberi dai quali era disceso quando aveva deciso di evolversi, malauguratamente per la Natura.
   Adriano non partecipava alle manifestazioni. Si accontentava di aderire agli scioperi, perché, come per tutti gli studenti di tutte le epoche e di ogni latitudine, l'assenza dalla scuola era più un dovere etico che un piacere materiale. E, poi, standosene a casa, poteva esercitarsi nei suoi lavori preferiti. I suoi genitori, fra l'altro, non osavano obbligarlo in quelle occasioni ad andare comunque a scuola. C'era il rischio che si prendesse casualmente qualche legnata, se non peggio. E si sa che la salute dei figli conta più dell'istruzione, quando c'è il pericolo che un colpo in testa provochi più danni delle lezioni sgangherate ed incomprensibili di un professore di matematica.
   E giunse il momento per Adriano di conquistare letteralmente l'agognato diploma. Agognato per i genitori. Per lui, solo una meta obbligata.
  Ma i genitori, a volte, hanno anche ragione. Il diploma consentì al giovane di trovare immediatamente lavoro in banca, diventando rapidamente direttore di un'agenzia. Perché Adriano aveva sì studiato svogliatamente, giusto quel tanto che gli serviva per arrivare al pezzo di carta voluto dai genitori, e lo aveva fatto per rispetto dei suoi, perché lui era un timorato di Dio ed era fuori discussione che dovesse osservare il comandamento che recita onora il padre e la madre, ma era un ragazzo intelligente. L'intelligenza non dipende da quanto si studia, l'intelligenza è semplicemente la capacità di capire.
   Quindi, avrebbe potuto considerarsi un privilegiato. Niente di meno vero. Un lavoro arido, a maneggiare soldi, cambiali e assegni. Gente con problemi che rompeva quotidianamente con richieste assurde che non potevano essere accolte a causa del principio che governa tutte le banche, cioè che i soldi si prestano soltanto a chi già ne ha tanti. Sempre le stesse cose, tutti i giorni. Sempre gli stessi problemi. Clienti non solvibili, gente restia a depositare i soldi in banca, secondo il principio che, se rapinano la banca, i ladri si portano via i tuoi soldi, mentre in realtà è la banca che te li porta via; cambiali da protestare; assegni da invalidare perché non coperti; i capi, che comunque esistono anche per un direttore d'agenzia, che ti stanno con il fiato sul collo. Carte, carte e carte. Macchina da scrivere, calcolatrice e poi computer. Una paranoia alienante assoluta, in una situazione invivibile. La madre di tutti gli stress.
   "Ma perché ho ascoltato i miei genitori? Sarebbe stato meglio se fossi emigrato a lavorare nelle miniere di carbone del Belgio!" ripeteva in continuazione Adriano fra sé e sé, per non offendere chi lo aveva obbligato a studiare, con l'obiettivo di avere un buon lavoro.
   Tuttavia, nel tempo libero, togliendo anche ore al sonno, si dedicava a ciò per il quale si sentiva nato. Lavorare con le mani. Faceva il muratore, il fabbro, l'elettricista, l'idraulico, il falegname, l'imbianchino, il giardiniere, l'ortolano e l'agricoltore. Era il campione universale del fai da te. In questo modo s'era costruito la casa da solo, da cima a fondo. Naturalmente, essendo un tipo preciso, s'era comprato tutti gli attrezzi necessari per l'espletamento delle varie funzioni. Aveva più materiale lui di tutti i negozi di ferramenta della regione messi insieme. Se si fosse deciso, un giorno, di vendere le sue attrezzature e i suoi utensili ne avrebbe avuto almeno per un secolo prima di svuotare il suo deposito.
   Avvenne, un giorno, che a casa ci fosse una dispersione d'acqua nelle tubature. Già è una disgrazia in sé e per sé, perché non si riesce mai ad individuare il punto esatto della perdita. Se, poi, contemporaneamente si rompe anche la caldaia, il lavoro si raddoppia e se, infine, già ci sono dei lavori di ristrutturazione nella casa di Loretta, la moglie, che la usava come atelier per le sue creazioni di alta moda, i problemi si accumulano, le fatiche si moltiplicano, lo stress va alle stelle e i dolori alle ossa ed ai muscoli diventano una tortura che non si augura nemmeno al peggior nemico.
   Il fatto è che Adriano voleva fare tutto da solo, giacché lo sapeva fare bene. Risparmiava, inoltre, che è un valore aggiunto da tener da conto per la vecchiaia. E siccome era anche un tipo con la sua dignità, per far fronte alle spese nemmeno prestava i soldi della sua banca a se stesso, lui che era direttore di un'agenzia. E Adriano si mise di buzzo buono a cercare la perdita d'acqua e a riparare il danno. Poi, passò alla sostituzione della caldaia, predisponendo l'infrastruttura per istallarne una nuova a gas, in sostituzione di quella ormai moribonda a gasolio.
   Ogni giorno, tornando dal lavoro in banca, immediatamente si cambiava e si metteva al lavoro, ovviamente utilizzando gli strumenti appositi. Non più computer, non più documenti cartacei, non più fiele ingerito di fronte all'incomprensione dei colleghi e dei superiori, non più rompimenti da parte di assillanti clienti. Questa era vita. Questa era gioia. Sudare, a costo di prendersi un malanno, soffrire sotto lo sforzo, rischiare di cadere dalla scala, fare una scorta inesauribile di dolori alle ossa, alle articolazioni e ai muscoli. Non era salutare, ma era adrenalinico, non c'era da pagare in nero l'artigiano di turno e garantiva l'esecuzione come Dio comanda del lavoro. La notte, presa un'aspirina per lenire i dolori, si faceva un bel sonno di piombo ininterrotto. Il sonno dei giusti.
   I lavori erano ormai in fase avanzata. Doveva solo praticare un piccolo foro sulla parete esterna, per agganciarvi la nuova caldaia. Fatti i suoi calcoli, visto anche quanto aveva fatto per la riparazione delle tubature dell'acqua, aveva stabilito che il muro dovesse avere certamente lo spessore di trentasei centimetri. Quindi, decise di utilizzare una punta  per il trapano - un trapano da fare invidia ai professionisti del mestiere - da ventisei. Purtroppo, non ricordava più che quella parete, che dava sul retro della casa, l'aveva costruita più sottile, non si sa perché e non lo sapeva nemmeno lui, che non ne aveva conservato memoria. Finì che la formidabile perforatrice fece il suo dovere e la punta ne seguì l'esempio, traforando il muro da parte a parte. Un macello consequenziale si produsse nella bellissima camera da letto, dipinta artisticamente tenendo conto della disposizione dei mobili, dello specchio e dei gusti estetici di Loretta. Dal letto matrimoniale era possibile ammirare il campanile del paese. Un bel buco si presentò agli occhi dell'esterrefatto, incavolato e abbastanza preoccupato Adriano, che temeva la giustamente feroce reprimenda della moglie. Una montagna di ruinassi - "calcinacci", per i puristi con puzza sotto il naso della lingua italiana, i quali non capiscono e non potranno mai capire quanto più sia significativo il termine dialettale, che solo dà pienamente il senso della catastrofe - cadde nella stanza, sporcandola ed impolverandola disastrosamente.
   Ad un certo punto, squillò il cellulare. Era Loretta, che stava tornando dalla città, dov'era andata a fare acquisti. Le donne vanno sempre in città, a fare acquisti. Chissà perché non vanno mai a farli nelle piccole isolate frazioni della vasta campagna. Magari non trovano quello che cercano, ma vuoi mettere che calma e che aria sana!
   "Sono Loretta."
   "Sì"
   "È andato tutto bene? Hai finito tutto?"
   "Sì, insomma..."
   "Cosa vuol dire insomma..."
   "Beh, vedrai quando arriverai"
   E Loretta, con quell'intuito femminile che nessun uomo riuscirà mai ad eguagliare: "Hai forato il muro della camera, vero!"
   Ad Adriano cadde il mondo in testa, con lo stesso effetto prodotto dai ruinassi che il trapano aveva professionalmente fatto cadere nella camera che, prima del tragico misfatto, era di gran lunga più bella di quella di Luigi XIV a Versailles.
   Vuoi mettere? Niente stress da capi incavolati, niente fiati puzzolenti di clienti che ti chiedono miracoli in terra, niente alienazione da computer. Solo sana polvere, sana sporcizia e i giusti improperi di Loretta.
   Ma Adriano aveva la coscienza tranquilla. Grazie all'obbligo impostogli dai genitori, lui aveva un diploma. Avrebbe sicuramente trovato una soluzione.
© Pier Celeste Marchetti, 2013