Parole sulle ali del vento

 

Il maiale

 

   Il maiale sguazzava grugnando felice nel fango del suo porcile.

 

   “Ma guarda!” Commentava schifata la gente. “Che lerciume! È proprio un porco!”

 

   Invece, no. Il maiale era sicuramente un porco, ma non per questo privo di intelligenza. Coprirsi di fango, che poi si sarebbe essiccato, gli era di grande utilità per proteggere la cotenna dai parassiti che l’avrebbero infestata, danneggiandola e provocandogli fastidiosi pruriti e insopportabili dolori. Porco sì, ma in possesso di giudizio. 

 

   “Ebbene,” ribatteva la gente, una volta che qualcuno era riuscito a fargliela capire, “che bisogno ha di dimostrare piacere?”

 

   La gente, ignorante più del mammifero domestico con cotenna, dimenticava che anche i piccoli degli umani si divertivano da matti a sguazzare nelle pozzanghere, anche se la loro salute non se ne avvantaggiava  e il solo esito inevitabile era che si prendevano delle sonore sculacciate dalla mamma, quando rientravano a casa con gli indumenti inzaccherati peggio che se fossero dei porci.

 

   Il verro, fra un rotolamento e l’altro nella fanghiglia, mangiava avidamente e con sommo piacere un pastone composto da un’infinità di ingredienti.

 

   “Che schifo!” commentava la solita gente. “Guarda che robaccia che mangia!”

 

   La gente, sempre più ignorante del suino, dimenticava che il porcello è un animale onnivoro. Mangia di tutto, quindi.

 

   Una volta edotta del fatto, la plebaglia non poteva esimersi dal commentare: “Sia pure; ma perché non segue un minimo di etichetta umana? L’uomo procede per gradi. Prima l’antipasto. Una tartina per volta, una fettina di prosciutto e melone, un assaggio di salmone affumicato, un assaggio di caviale, un sorso di crodino o di prosecco. Quindi, un primo piatto, solitamente una pasta al pesto, alla carbonara, aglio olio peperoncino, alla Norma e così via, accompagnandola con un buon rosso di qualità o con l’acqua, per gli astemi. Segue un secondo, di carne o di pesce, con contorno di verdure crude o cotte, il tutto accompagnato ovviamente da vino o acqua. Infine un dessert.”

 

   Sempre quella gente dimenticava che il tutto finisce in un unico pastone nello stomaco. Perciò, che differenza fa? Anche l’essere umano è un maiale, ma pure viceversa.

 

   Il quadrupede domestico, che si nutriva del pastone generosamente donatogli dal padrone, continuava a sguazzare beato, incurante di ciò che la plebaglia dei bipedi schifati andava blaterando sulle sue abitudini. Il futuro non era nei suoi pensieri. Lui aveva sentito da un amico, che era andato a trovare il suo padrone e che si vantava di conoscere il Latino e la Filosofia, che un certo Orazio aveva esaltato il carpe diem. Lui non lo esaltava, lo praticava. Si chiedeva come mai questo amico del padrone andasse a fargli visita, ma non si preoccupava di darsi una risposta. Infatti, che senso aveva dare una risposta ad una domanda che non contribuiva in alcun modo a rendere più radioso il suo rotolarsi nella melma? 

 

   Di questo passo, vuoi per le sue copiose abbuffate, vuoi per il benessere psicologico che gli procurava il continuo rotolamento nel fango, arrivò al raggiungimento di due quintali di peso.

 

   A quel punto, giunse l’amico del padrone per il rituale dell’ammazzamento del suino, dando al povero animale una risposta pratica alla domanda che non si era posto. C’era da soddisfare il loro piacere gustativo. In quattro e quattr’otto lo appesero ad un gancio, un terzo uomo che si era presentato come veterinario gli sparò su una tempia ed il misero tirò le cuoia.

  

   Morte ingloriosa? Assolutamente no. Mentre, quando muore, l’essere umano se non si fa cremare finisce nell’apparato digerente dei vermi, privi del senso del gusto, il maiale si trasforma in salami, salsicce, coppe, capocolli, cotechini, prosciutti, culatelli, secondo una procedura rituale che il padrone e l’amico conoscevano alla perfezione, per il massimo godimento degli esseri umani.

 

   L'ungulato domestico viveva in una fattoria, sulla destra del fiume Adda. Lì abitava anche una coppia di umani, tali Giorgio e Rita, che del maiale si interessavano solo quando decidevano ch'era l’ora di farsi una grigliata nel caminetto, fatto erigere in giardino. Lui, che dichiarava ai quattro venti di essere stato schiavizzato dalla moglie, la quale lo serviva fedelmente e ossequiente, si dava da fare per cuocere braciole, costine, spiedini e salsicce sulla griglia, sapientemente alimentando il fuoco e distribuendo la brace. Dopodiché, tutti a tavola, per ingurgitare goduriosamente una montagna di carni suine, alla faccia della gotta che perseguitava quotidianamente lo schiavizzato, che però si difendeva assumendo le giuste pasticche. Roba da far schiattare per l'invidia il loro antenato francese Pantagruel.

 

   Due autentici maiali, come si suol dire, quindi, lui e lei, che godevano ingoiando le spoglie del suino, incuranti del loro destino, perché anche loro vivevano all'insegna del carpe diem.

 

   Ma, mentre il simpatico e gaudente in vita quadrupede del porcile, finendo nelle loro fauci e nei loro stomaci, con il suo sacrificio aveva allietato due esseri umani, si fa per dire, gli ingordi della grigliata sarebbero finiti prima o poi, se non si fossero fatti cremare, nel condotto digerente di un esercito di vermi.

   Ingloriosa fine di chi si nutre delle disgrazie altrui.

 

Pier Celeste Marchetti

9/04/2019