Parole sulle ali del vento

 

La Riva del Boscon.



   Nella notte dei tempi, quando le favole erano ancora realtà, il Boscon era abitato da un'infinità di gnomi, piccole creature continuamente indaffarate a far provvista di legna, fondamentale per affrontare i rigidi inverni, seduti attorno al fuoco del camino, a mungere le capre da cui ottenevano nutriente latte, che trasformavano in saporitissimi formaggi, a ripulire il bosco dai rifiuti che alcuni esseri, somiglianti a scimmie, ma più sicuri nel camminare sulle due zampe, che iniziavano ad attraversarlo abbandonavano a terra, incuranti dei danni che procuravano agli abitanti del luogo, di cui erano proprietari da sempre, e sfregiando la natura rimasta incontaminata fino alla comparsa di questi giganti chiamati uomini. La farina per la polenta andavano a comprarla, barattandola con latte e formaggi, nella pianura oltre i monti che si elevavano a mezzogiorno.

   La popolazione era distribuita su due diversi livelli. C'erano gli gnomi di su e gli gnomi di giù. Era un problema che si sarebbe perpetuato nei secoli dei secoli, contaminando molto tempo dopo anche il mondo degli uomini.

   Gli gnomi di su, proprio perché vivevano nella parte alta del Boscon, si davano delle arie di superiorità da non credere. Avevano la puzza sotto il naso. Per loro, gli gnomi di giù, proprio perché situati nella parte bassa, erano esseri inferiori, ignoranti, sfaticati. Lo dimostrava anche il diverso tenore di vita, molto elevato per quelli della zona alta, perché, lavorando di più e meglio, producevano latte più saporito e formaggio più gustoso, che vendevano con maggior profitto agli zoticoni della pianura.

   Per questo, quelli di su, nominati Gentidisu, potevano permettersi di vivere in lussuosissimi Porcini, i migliori però, i Boleti, mentre quelli di giù, chiamati le Gentidigiù, dovevano accontentarsi di vivere in affollatissimi condomini di Chiodini.

    Ma la vita scorreva serena, perché ognuno accettava il ruolo che gli era stato assegnato da madre natura. A dire il vero, qualcuno fra le Gentidigiù cercava di ribellarsi alla sorte. Per evitare uno scontro con le Gentidisu e per il quieto vivere, veniva esiliato fra gli zoticoni della pianura, considerati stranieri e ancor più inferiori, tanto che la loro unità abitative erano le volgarissime Sbrise. Autentiche catapecchie.

 

   Però, il nemico degli uni e degli altri, l'infido poco più che scimmia uomo, aumentava vistosamente di numero e diventava sempre più pericoloso, non solo perché passando distrattamente, distruggeva le abitazioni degli gnomi, senza distinzione di classe sociale, calpestandole catastroficamente, ma anche perché qualcuno di questi nemici della natura s'era reso conto che Chiodini e Porcini erano delle prelibatezze culinarie. La masnada degli assatanati di funghi cresceva a dismisura.

   Poi, l'uomo fu colto dall'idea balzana che, per passare dalla pianura alla parte situata oltre il Boscon di su, era necessario costruire una strada, dividendo quel luogo incontaminato in due parti, quella a destra e quella a sinistra della strada, che si inerpicava sinuosamente lungo la salita. La divisione non teneva conto di quella che non era in realtà mai stata una realtà fisica, giacché non era mai esistita una linea di confine fra su e giù. Cosicché, all'improvviso, con la costruzione di quel tratto viabile che fu immediatamente battezzato con il nome di Riva del Boscon, nobili del su e plebei del giù si ritrovarono inopinatamente mescolati. Perciò, le lussuose ville crescevano in mezzo agli inguardabili condomini.

   L'uomo veniva da molto più a sud dei monti. Erano soldati che parlavano una lingua fino ad allora sconosciuta, il Latino. Però, il più intelligente degli gnomi aveva individuato nell' incomprensibile linguaggio degli invasori il nome della città d'origine, Roma.

   Senza minimamente chiedere il parere di coloro che abitavano quei luoghi da sempre, Roma aveva deciso di andare a costruire un Castrum da ampliare successivamente in Oppidum, qualche lega oltre il pendio ormai chiamato Riva del Boscon. Bellunum avrebbero chiamato quell'Oppidum, ma nel Latino parlato dal grande scrittore e avvocato, nonché padre della patria, Cicerone. La soldataglia e la plebe, parlando un Latino popolare, che tanto per dire chiamava il cavallo caballum, mentre gli scrittori lo chiamavano equus, immediatamente storpiarono Bellunum in Belùn, nome che rimase in uso per i millenni successivi.

   La civilizzazione romana impose anche un altro cambiamento linguistico. Le mense dei legionari erano gestite dal rinomato chef Micologus, che da Roma a Pompei aveva aperto una catena di popinae, tutte classificate con cinque forchette dalla guida gastronomica Michelinus. Siccome Micologus aveva scoperto che le abitazioni lungo il percorso erano mangerecce, da profondo conoscitore qual era della sua lingua, decise di rinominarle con nomi latini scientifici appropriati. Quelle che gli ignoranti abitanti della pianura attraversata dal fiume Padus chiamavano Sbrise, ribatezzò Plerotus ostreatus, l'inguardabile unità abitativa condominiale della parte bassa del Boscon la chiamò Armillaria mellea, mentre, di fronte alle lussuosissime ville della parte alta esclamò:

   "Ma qui ci vuole un nome adeguato alla preziosità gustativa dell'abitazione. La chiameremo Boletus edulis" ed immediatamente ne fece saltare alcuni in padella, con qualche spicchio d'aglio e una spolveratina di prezzemolo, in un di eccellente olio della costiera amalfitana pappandoseli in  men che non si dica.

   I poveri gnomi videro sconvolta la vita, il livello di vita e le certezze. La strada che saliva sinuosamente, aveva rimescolato le due Genti ora disposte a destra e a sinistra, sia giù sia giù.

   Scoppiò una guerra feroce fra le due fazioni. Le Gentidisu non ne volevano sapere di vivere a fianco delle misere Gentidigiù. Le loro magnifiche ville non valevano più nulla sul mercato delle compravendite, affiancate com'erano dai popolari alveari di giù. Inoltre, mentre quelli di su avevano elaborato un sistema fognario e di raccolta rifiuti all'avanguardia, quelli di giù erano abituati a scaricare tutto sulla pubblica via. Una puzza insopportabile, una situazione igienica insostenibile.

   La guerra durò venti secoli, finché gli uomini decisero di porvi fine, altrimenti nei mercati delle grandi città della pianura a sud dei monti venivano a mancare scorte di Porcini e di Chiodini, più rinomati delle banali Sbrise. Qualcuno ipotizzò che fosse in realtà una necessità per accorciare e rendere più rapido e sicuro il tragitto che portava a Belùn, visto che sulle curve della Riva del Boscon, dimostratesi pericolose con l'arrivo dei mezzi di trasporto motorizzati, gli incidenti mortali iniziavano a divenire sempre più frequenti. Così, si decise di dividere nuovamente le due Genti, tracciando una via diritta che divideva il Boscon non più fra su e giù, ma fra destra e sinistra. Che decidessero le due Genti dove situarsi, separandosi una volta per tutte.

   Ma non successe nulla. La plurisecolare guerra aveva ridotto al lumicino i ranghi delle due parti avverse. I pochi sopravvissuti non sapevano nemmeno più dove abitare. Tutte le case, lussuose o meno lussuose, erano andate distrutte o vendute nei mercati delle città di pianura.

  Così, di comune accordo, decisero di finire gli ultimi anni di vita lontano da quella loro terra che era diventata inospitale, emigrando nella isolata e profonda valle del Mis, scavata fra i monti che si innalzavano a ovest, dove però, rispettosi della gloriosa storia passata sulla Riva del Boscon, fondarono i due piccoli centri abitati di Gena per quelli di giù e Gena Alta, per quelli di su. Pochi anni dopo, per risolvere i problemi dei matrimoni misti, che erano invisi da ambedue le fazioni, con allontanamento dei figli resisi colpevoli di offesa alla classe sociale di appartenenza, fu fondata Gena Media.

   Così è. La storia non aveva insegnato proprio nulla. Ovvio, quello era il mondo delle favole.

Pier Celeste Marchetti

10/2018