Parole sulle ali del vento

I corridori


   Quando si parla di ciclisti, bisogna avere le idee chiare ed essere precisi.
   Ci sono i ciclisti che vanno a fare la spesa. Solitamente si tratta di donne di una certa età che escono dalle vie laterali senza rispettare lo stop, corrono sulla carreggiata anche se c’è la pista ciclabile, portano tre, quattro, cinque borse che rendono instabile l’equilibrio sulle due ruote, se svoltano a sinistra non si sognano nemmeno lontanamente di segnalarlo e quando si fermano, invariabilmente ed inesorabilmente, con una manovra resa ancor più difficile e pericolosa dalla gonna messa a cavalcioni sul sellino, appoggiano sempre senza segnalazione per terra il piede sinistro, occupando quel poco di strada che rimane libero e suscitando gli improperi degli automobilisti, costretti a pericolose manovre per evitare di stenderle sull’asfalto.
   Seguono gli uomini che vanno in giro perché non sanno cosa fare a casa. Anche questi, nella maggior parte dei casi, sono di una certa età e, poiché stentano anche a camminare normalmente, dovrebbero essere obbligati a circolare con le due rotelline di supporto alla ruota posteriore, in quadriciclo insomma, come i bambini nel periodo di apprendistato all’uso della bicicletta. Ovviamente, come le donne di prima, non rispettano lo stop, non segnalano i cambiamenti di direzione, ignorano la pista ciclabile. Inoltre, siccome viaggiano su biciclette vecchie e scalcinate, i fanalini sono un ricordo. Quindi, quand’è buio non li si vede, in particolar modo perché, sempre invariabilmente ed inesorabilmente, sono vestiti di nero specialmente, e sembra che lo facciano apposta, se c’è nebbia.
   Gli esemplari di queste due prime categorie sono la dimostrazione che anche le teorie evoluzionistiche di Darwin possono essere soggette a revisione scientifica, come accade per la velocità della luce che, diversamente da quanto aveva stabilito Einstein, pare proprio messa in discussione dagli esperimenti sulla velocità dei neutrini. Sono fermi a prima dell’invenzione del motore a scoppio, come le galline.
   Poi, sempre in minor numero grazie ai motorini, agli scuolabus e alle mamme che accompagnano in SUV il loro unico figlio fin dentro l’aula perché il poverino fa fatica a portare lo zaino, ci sono gli studenti che si recano a scuola. Più indisciplinati di loro non c’è nessuno e viaggiano accostati a due, tre e quattro, chiacchierando, cantando, ascoltando musica con l’auricolare, inviando e leggendo sms a tutto spiano, occupando tutta la strada. Ma almeno gli automobilisti, che in fatto di indisciplina stradale non sono secondi ai ciclisti, li vedono.
   Per esigenze aerodinamiche, in formazione di due, tre o quattro viaggiano anche i cicloamatori, i quali, per il semplice fatto di avere una bicicletta da corsa ed un abbigliamento sportivo, ritengono di avere il diritto di fare ciò che vogliono, anche se l’educazione e, ancor più, il disagio che provocano e i rischi che corrono e fanno correre agli altri richiederebbero una maggiore attenzione.
   Ed, infine, ci sono i corridori. Quando si parla di corridori, immediatamente si pensa ai miti che hanno fatto la storia del Giro d’Italia e del Tour de France, a partire da Ganna, via via risalendo a Binda, Girardengo, Bartali, Coppi, Magni, Nencini, Gimondi fino al rimpianto immenso Pantani. E, questo, per limitarci agli italiani, perché un po’ di sciovinismo nostrano e sano non fa male.
   Però, gli unici autentici ineguagliabili ed insuperabili corridori ciclisti campioni sono stati solo tre: Pier Celeste, Celeste e Bepi (Giuseppe). Pier Celeste era il responsabile del disegno delle tappe. S’era assunto questo compito perché, dei tre, era l’intellettuale. Egli studiava, alla bene meglio e con esiti altalenanti, quindi aveva tempo da perdere. Durante tutta la settimana si dedicava a disegnare il percorso su fogli a quadretti, con le distanze parziali e il grafico altimetrico, perché è da specificare che i tre affrontavano solo tappe di montagna, le uniche che danno la dimensione reale dei campioni, incuranti del bello e del cattivo tempo. Il tracciato era un po’ ripetitivo, perché prevedeva di norma tre itinerari, sempre con la stessa località di partenza e di arrivo, cioè il paesello in cui i tre campioni vivevano, Fonzaso. Il primo, da Fonzaso risaliva verso Fiera di Primiero, quindi affrontava il Passo Cereda, la Forcella Aurine e riportava, attraverso Agordo, Sedico, Santa Giustina e Feltre alle rispettive case dei tre protagonisti. Era la tappa più breve e meno impegnativa, nonostante le pendenze non indifferenti della salita a Passo Cereda dal versante di Fiera di Primiero. Il secondo, molto più lungo, sempre risalendo verso Fiera di Primiero, si arrampicava fino al Passo Rolle, per scendere poi a Predazzo, Egna, Trento e ritornare, dopo aver affrontato la salita di Levico e, successivamente, arrancando sulle “Scale” di Primolano, sempre allo stesso punto di partenza. Il terzo presentava il maggiore dislivello da superare ed era massacrante. I tre campioni prendevano la direzione di Feltre, proseguivano per Santa Giustina, Sedico e Agordo, iniziavano ad alzarsi sui pedali nelle vicinanze di Alleghe e l’intellettuale in modo vistoso e Celeste con maggiore dignità iniziavano a soffrire, dopo Caprile, sulle rampe per il Passo Pordoi. Bepi, invece, proprio in quei frangenti sembrava avesse le ali. Per lui, la salita aveva  esattamente la stessa difficoltà della discesa, nessuna, cioè. Giunti sul Pordoi, precipitosamente scendevano a valle, Bepi più precipitosamente degli altri come più precipitosamente degli altri aveva raggiunto la vetta, per risalire da Predazzo, ancora più faticosamente Pier Celeste, che una volta dal Pordoi è anche tornato indietro, sempre con la stessa dignità Celeste e con ancor minor fatica Bepi, verso Passo Rolle, da cui poi calavano verso San Martino di Castrozza, Fiera di Primiero e, finalmente, Fonzaso, per andare a giocare a pallone, dopo dodici ore in bicicletta, nel campetto del patronato dei Canossiani.
   Pier Celeste, alto un metro e ottantacinque, settantadue chilogrammi di peso allora ed ora è meglio sorvolare sulla sua stazza attuale, era dotato di lunghe leve ed era imbattibile sui lunghi rettilinei pianeggianti, andava bene in discesa, si difendeva sul misto, ma tirava gli ultimi respiri in salita.
   Celeste, statura media, peso medio, dei tre era il più pacato e il meno ambizioso. Non gli interessava arrivare primo né in salita né in discesa né sul piano. Gli bastava arrivare. E arrivava regolarmente senza aver troppo sofferto in salita, troppo rischiato in discesa e troppo spinto sul piano. Era una persona normale, insomma, non come quell’esaltato di Pier Celeste e quel mostro di bravura di Bepi.
   Bepi era il campione dei campioni; altro che Coppi, detto il Campionissimo, che poi non era nemmeno l’idolo di Pier Celeste, infatuato della figura di Bartali che aveva visto e sostenuto sulle salite dolomitiche interessato e aizzato dal padre, il quale non risparmiava di aiutare il suo beniamino con qualche spinta. Bepi già dall’inizio aveva dimostrato che, se fosse nato in un luogo che gli avesse potuto offrire migliori possibilità di realizzare la propria vita e le proprie qualità, si sarebbe fatto in un unico boccone tutti i più celebri corridori di tutti i tempi, di tutti i luoghi, di tutte le nazionalità e di tutte le gare. Già nella scelta della bicicletta, aveva fatto vedere di possedere competenze tecniche notevolmente in anticipo sui tempi. Infatti, mentre Celeste utilizzava una normale bicicletta sportiva da uomo, senza cambio, e Pier Celeste, il più ganzo e il più presuntuoso dei tre, una bicicletta sportiva con addirittura tre posizioni di cambio, ma senza moltiplica, perché gli venivano meglio le divisioni, Bepi, facendo di necessità virtù, s’era dimostrato abilissimo nella sottrazione della due ruote a sua sorella. Si trattava, quindi, di una bicicletta da donna, dal peso di almeno venti chilogrammi, senza moltipliche, senza cambi e con i freni al limite; ma per lo stato di questi ultimi non c’era da preoccuparsi, tanto Bepi per frenare usava i piedi. Quindi, era la meno indicata, apparentemente, per le tappe di montagna e nemmeno troppo adeguata in pianura. Sicuramente, era un buon atout per la discesa, perché il maggior peso era d’aiuto al conducente. Bepi pesava pochissimo, quindi era adatto particolarmente per le salite, sulle quali distaccava quasi subito gli altri due, distanziandoli anche di un’ora e più, per poi attenderli in cima; ma grazie alle sue doti, alla sua grinta, alla sua agilità, alla sua spericolatezza e al peso della bicicletta era insuperabile anche in discesa, dove per lui i freni erano solo un optional. Pier Celeste e Celeste erano certi che li avrebbe bruciati anche sul piano e che, se non lo faceva, era perché come tanto forte era il suo fisico quanto e ancor più grande era il suo animo. E le sue pedalate avevano una tale pressione da piegare perfino le pedivelle d’acciaio. Dove lo si è mai trovato un campione di tale forza? Né i grandi scalatori specialisti del passato, da Bahamontes a Gaul, per citare solo due stelle di prima grandezza, ma nemmeno il nostro Taccone e nemmeno il dio della montagna Pantani, molti anni dopo, avrebbero potuto eguagliarlo.
   Partivano, i tre eroi, portandosi appresso un sacchetto di cibarie di altissimo valore energetico, dove gli zuccheri, i sali minerali e le malto destrine brillavano per la loro assenza. I carboidrati erano rappresentati da un paio di panini che facevano da contorno a solide e spesse fette di formaggio e salame nostrano, sempre arricchite da un paio di uova sode. I liquidi, contenenti qualche sale minerale, li raccoglievano alla partenza dal rubinetto della cucina e poi, lungo la strada, abbeverandosi alle fontane dei paesini che attraversavano. Solo Pier Celeste, che dei tre era considerato il più benestante, perché i suoi genitori avevano un negozietto in quel di Piazza Angeli, osava di tanto in tanto arricchire la sua dieta sportiva con una tavoletta di cioccolato, che divideva fraternamente con i compagni di viaggio. E pedalavano e pedalavano, per ore e ore, sotto il sole cocente, la fredda pioggia, qualche grandinata, il vento sferzante, incuranti dei rischi che correvano e della fatica che facevano, meno Bepi, fresco all’arrivo come lo era stato alla partenza. E chiacchieravano del più e del meno, fra un tiro di fiato e l’altro, e si divertivano da matti, perché sotto i loro piedi avevano la solida terra e sopra le loro teste il cielo immenso, perché le loro orecchie, non disturbate dai rumori del traffico, che allora era molto limitato, udivano il canto della natura, perché i loro occhi ammiravano maestosi panorami incontaminati, perché dai passi che attraversavano la loro mente poteva vagare liberamente in orizzonti sconfinati.
   Ora, Pier Celeste e Celeste, che hanno avuto una vita normale, stanno vivendo una normale vecchiaia. Bepi, da campionissimo quale è stato, sta pedalando, dribblando agilmente alberi e corsi d’acqua, in Amazzonia, per portare il suo grande animo agli Indios che lì vivono e resistono disperatamente al devastante progresso del civilizzato uomo bianco che non ha orecchie per ascoltare, occhi per guardare, mente che possa liberamente volare in orizzonti che il suo animo non sa più trovare.

Pier Celeste Marchetti
2011