Parole sulle ali del vento

Il signor Materasso

  Da che mondo è mondo, tutti hanno dormito su un materasso. Non tutti i materassi, però, come molti sanno, sono comodi e non tutti sono dello stesso materiale.
   I nostri antenati, tanto per capirci quelli da cui, come eminentissimi scienziati sostengono ed hanno dimostrato, discendiamo, le scimmie insomma, dormivano sugli alberi, fra le fresche frasche. La posizione non era delle migliori, ma il foltissimo pelo di cui erano dotati rendeva un po’ più morbido il contatto del corpo con i ruvidi rami.
   Con il passaggio alle caverne e con il numero dei peli in calo, il materasso divenne la nuda e dura terra, spesso intrisa dell’umidità caratteristica di tutti gli antri. Era un periodo in cui i reumatologi avrebbero fatto la loro fortuna, mentre per i dentisti sarebbe stata ancora un’epoca di fame, visti i denti robustissimi di cui erano dotati i cavernicoli.
   Però il sonno era molto e la ruvidezza di quei materassi primitivi non turbava per nulla i sogni dei primi abitatori cosiddetti intelligenti del nostro pianeta.
   La terra come materasso, molte decina di migliaia di anni dopo, fu anche una scelta culturale. Gli eremiti ed alcuni santi cristiani ne fecero una condizione di vita spirituale, mortificazione della carne per l’irrobustimento e la purificazione dell’anima. Qualcuno riuscì perfino a trasformare la sommità di una colonna in un comodo giaciglio. Più ad oriente, nell’India dei fachiri, si fece ricorso al più confortevole materasso di chiodi e, nei deserti della penisola arabica e del Nord Africa, i pastori potevano scegliere di giacere sulla morbida sabbia, magari permettendosi il lusso di fare di un agnello un soffice cuscino su cui posare il capo.
   Ma, avvicinandosi sempre di più alla nostra epoca, l’ingegno dell’uomo, stimolato dal desiderio di diminuire radicalmente le sofferenze fisiche, ha prodotto materassi via via più raffinati, che, nondimeno, a quanto è dato costatare, hanno prodotto come conseguenza la globalizzazione dell’insonnia.
   Personalmente, non ho dormito su tutti i tipi di materasso. Per esempio, mi manca il letto dei fachiri e nemmeno conosco il materasso ad acqua. Però, penso di aver maturato una certa esperienza in materia.
   I miei primi ricordi d’infanzia - era appena finita la seconda guerra mondiale - mi restituiscono l’immagine dei materassi di lana. Erano comodi, ci si dormiva bene ed era molto interessante osservare, periodicamente, lo svuotamento del sacco contenitore per dare aria, come si diceva, e restituire volume ai batuffoli.
   Il ricordo più vivo di quegli anni, tuttavia, è legato ai voluminosissimi materassi imbottiti con le foglie secche della pianta di granoturco. Li usavano le famiglie dei contadini, d’estate. Erano molto economici, ovviamente, ed erano freschi. Quando dormivo nella casa dei genitori del mio padrino, che erano i miei nonni “di legno”, poiché sostituivano i nonni veri - i nonni erano morti e le nonne abitavano a distanze che allora, con gli occhi e le misure dei bambini, credevo fossero abissali - il mio materasso di foglie era un rifugio prezioso, probabilmente perché di notte si trasformava quasi in un grembo materno. Accadeva, infatti, che, gettato al volo, con mio estremo divertimento, immediatamente sprofondassi nel crocchiante giaciglio che, a causa del peso del corpo in movimento durante il sonno, si schiacciava nel fondo e mi ricopriva completamente, rendendo problematico il mio ritrovamento al mattino.
   Poi, sono cresciuto e sono ritornato a quelli di lana, con profonda disperazione soprattutto di zia Gilda e zia Natalia, che agitatamente cercavano me e Renato, mio cugino, chiusi in un armadio del secondo piano, in una stanza completamente invasa dalla polvere che noi due sollevavamo saltando per ore su alcuni materassi posti a terra. Questo, a casa mia, in Piazza Angeli, a Fonzaso, paesino ai piedi del monte Avena, in provincia di Belluno. Quando me n’andavo a casa di Renato, a Spineda di Riese Pio X, in provincia di Treviso, dov’ero solo nato, sinceramente, non mi ricordo di che materiale fosse il materasso su cui dormivo, molto probabilmente perché mi distraeva piacevolmente il gradevolissimo profumo che aleggiava nella camera, al primo piano sul retro, adibita a deposito di mele.
   Raggiungendo la maggior età, sono diventato adulto. Erano gli Anni Sessanta del XX secolo e fui chiamato a servire la Patria, in Umbria. Per me, come per tutti coloro che assolvevano all’obbligo di leva, il materasso si trasformò in “cubo”, per alcuni in in-cubo. Così era chiamato per la forma che assumeva una volta sistemata la branda. Preparare il cubo era un’arte e, per molti, un’impresa ai limiti delle possibilità umane. La mattina, al primo squillo di tromba, ci si precipitava letteralmente giù dalla branda, con gli occhi ancora chiusi si ripiegavano coperta e lenzuola, poi, il materasso su se stesso ed, infine, il telo che lo sosteneva. Dato il tempo ristrettissimo concesso prima dell’alzabandiera, l’operazione non doveva durare più di due o tre minuti. Si otteneva, così, il celebre e famigerato “cubo”. Famigerato, perché, se non si presentava in perfetto ordine alla vista da falco del caporalmaggiore che lo ispezionava, scattava immediatamente la punizione per la povera recluta, impietosamente privata della libera uscita o condannata a ramazzare le foglie nell’immenso cortile della caserma, operazione disperata, impossibile ed inutile, con un vento che, perfido alleato del caporalmaggiore, ineluttabilmente ed inesorabilmente scompigliava i mucchi di foglie raccolte, obbligando il malcapitato a rincorrerle nei più remoti anditi. Io facevo male il “cubo” il mercoledì, perché la punizione consisteva nell’andare a pulire le cucine il giorno dopo. Non si trattava, certamente, di un lavoro facile e gradevole, però, in compenso, mi si presentava la ghiotta occasione di fare una scorpacciata pantagruelica di polpette, piatto del giorno rifiutato dalla maggioranza dei commilitoni, di cui ero vergognosamente ingordo. C’erano anche coloro che avevano trovato la soluzione finale. Non facevano il “cubo”, perché non lo disfacevano. Semplicemente vi si coricavano sopra con la schiena, le gambe accavallate alle due sbarre laterali della branda, in un equilibrio davvero precario. Eppure, riuscivano lo stesso a dormire, senza cadere. Non ho mai saputo a quale santo si affidassero.
   Recatomi a Nord, in Friuli e in Alto Adige, per completare il servizio di leva, ho sperimentato due nuovi materassi. Il primo, durante le esercitazioni, era un materassino che si sgonfiava inevitabilmente ed inesorabilmente durante la notte. Naturalmente, la mattina, avendo dormito sul duro suolo, a volte costituito da pietre più o meno appuntite, le membra erano terribilmente doloranti. Il secondo è stato un sacco di patate, una volta, durante il campo invernale. Solo al risveglio ho scoperto che si trattava di un sacco di patate, perché ero entrato in una cantina buia, in piena notte e, senza luce, m’ero coricato a caso. Mentre stavo rapidamente cadendo nelle braccia di Orfeo, sentivo un gorgoglio insistente. Aprendo gli occhi, con la scoperta dell’insolito materasso mi sono pure reso conto che il rumore proveniva da una damigiana che, inavvertitamente, avevo urtato e rovesciato. Peccato per il vino andato perduto.
   Però non posso nascondere che, amante della montagna qual ero e sono, ho provato il piacere di adagiare le mie stanche ossa sul soffice fieno di alcune malghe dolomitiche e sulla fresca erba dei prati fioriti dell’alpe, prima ancora di aver visto Heidi alla televisione. Davvero un dolce dormire.
   Nel frattempo, erano apparsi in casa i materassi a molle, con relativi cigolii e, a volte, con pericolosissima fuoriuscita di una o più molle elicoidali che improvvisamente si rompevano, trafiggendo le parti morbide delle terga.
   Naturalmente non mi sono mancate le cuccette del treno, troppo corte per le mie gambe, troppo strette per la mia stazza, troppo poco pratiche nelle curve ad alta velocità. In treno mi sono serviti da materasso anche i sedili, con i piedi per terra o allungati ed adagiati sui posti a sedere di fronte, sui quali immancabilmente scivolavo, mentre dormivo, risvegliandomi disteso ed indolenzito sul pavimento. Memorabile fu il mio primo viaggio in Lussemburgo, nell’ormai lontano e mitico 1976, semidisteso in uno scompartimento vuoto. Incantevole fu il risveglio, quando, guardando fuori del finestrino, durante la sosta nella stazione della cittadina francese di Colmar, mi capitò di ammirare, al balcone di un condominio popolare, una giovane donna con i seni al vento che puliva i tappeti.
   Ma il treno presenta anche la possibilità di offrire il materasso più piccolo che la storia ricordi, taglia 44 circa, nel mio caso. Così, i fortunati come me possono provare pure l’esperienza di dormire in piedi. M’è successo due volte. La seconda durante un viaggio di ritorno in Italia, dal Lussemburgo, sardina schiacciata fra mille sardine. Sicuramente, però, la più interessante e per certi aspetti dai risvolti misteriosi è stata la prima. Era l’autunno del 1966, l’anno dell’alluvione che tutti ricordano per i danni disastrosi provocati soprattutto dall’Arno in una delle città d’arte più ricche e più amate al mondo, Firenze. Io stavo servendo diligentemente la Patria in quel di Foligno, allievo sottufficiale d’artiglieria da montagna e i miei pensieri erano così lontani dalla realtà che appena appena la mia mente ed il mio cuore erano sfiorati dall’immane tragedia che aveva colpito il nostro Bel Paese in quei giorni. Una mattina, nel cortile della caserma, stavo ramazzando disperatamente foglie che probabilmente discendevano in linea diretta da quella che il poeta francese Verlaine aveva celebrato nella sua bellissima Chanson d’automne, prima che Pascoli decantasse le sue. La sera precedente, non era un mercoledì, il terribile caporalmaggiore, di cui non rivelo il nome perché il perdono è la miglior vendetta, durante l’adunata per la libera uscita aveva individuato un microscopico granellino di polvere sotto la suola di una delle mie scarpe tirate a lucido. Arriva l’attendente del capitano che mi chiama a rapporto e mi mostra un telegramma che la mia astutissima mamma, è proprio vero che la mamma è sempre la mamma, aveva fatto inviare dal maresciallo del mio paese, per chiedere la mia presenza, giacché l’inondazione, scendendo da via Calzen, aveva allagato e danneggiato la casa. Ovviamente, la mamma e il maresciallo, suo complice, avevano omesso di dire che il danno consisteva solamente in qualche cartone di detersivo, posto a terra nel nostro negozietto in Piazza Angeli - i quali in quell’occasione avevano sicuramente guardato dalla mia parte! - irrimediabilmente reso inutilizzabile dall’acqua. Questo lo posso rivelare, giacché il reato è andato in prescrizione. Così, il capitano mi ha concesso dieci giorni di congedo straordinario, perché soccorressi la mia famiglia. Preso il treno a Foligno, dov’ero in servizio, sul far della sera, dopo il cambio a Orte arrivo alle porte di Firenze. Il convoglio procede lentamente. Il buio è totale ed il capotreno scende  illuminando con una lanterna i binari interamente ricoperti dal fango del fiume tracimato, per controllare che ci fossero ancora. Il macchinista è esperto e fa avanzare il treno pian piano. Io, come molti altri, osservo dal vagone, appoggiato ad un finestrino. Non ho visto la stazione di Firenze. Ho saputo solo dopo che il treno non vi era nemmeno entrato, ma aveva proseguito direttamente verso nord. So solo che, sentendo lontanamente una voce ripetere “Bologna, stazione di Bologna, per Venezia si cambia”, mi sono svegliato di colpo nella stazione degli Asinelli e dei Garisenda. Avevo dormito in piedi da Firenze a Bologna, senza cadere, nonostante i continui sobbalzi del vagone, soprattutto in curva ed in discesa. Questo è il mistero, tuttora rimasto irrisolto: ho sfidato e sconfitto, non so come, la legge di gravità.
   Ora dormo su un signor Materasso, che di nome fa Anatomico, in geoflex e lattice, con un telo impermeabile al sudore. Si adatta esattamente al corpo nelle sue varie posizioni e secondo il suo peso, adagiato su una rete in doghe di legno che posso sollevare, con sofisticati comandi elettrici, ai piedi o al capo, secondo le necessità. Questo dovrebbe garantire, secondo chi me l’ha venduto, che è anche un amico - vatti a fidare degli amici! - medici e ortopedici, un tale benessere nel sonno da far invidia alla Bella addormentata nel bosco della celebre favola. Ovviamente, come dovevasi dimostrare, dormo sempre meno, sempre peggio e rimpiango sinceramente il materasso di foglie, il cubo, il materassino sgonfio, l’erba dei prati, il fieno delle malghe, il sacco di patate e, perfino, il lillipuziano materasso del treno.
   Era un’altra età.
Pier Celeste Marchetti
2005