Parole sulle ali del vento

Il capitello


   C'è un paesello, in provincia di Treviso, che si chiama Fanzolo. È una frazione del comune di Vedelago. Pur essendo una piccola frazione di un comune non grande, Fanzolo ha comunque una sua storia connotata di nobiltà, oltre che una stazione ferroviaria, se pur di dimensioni lillipuziane. Ospita, infatti, Villa Emo, la cui costruzione iniziò probabilmente nel 1558 su commissione dei Conti Emo, nobile famiglia della Serenissima, che ne hanno avuto la disponibilità fino al 2004. Non è un edificio qualunque. È uno dei capolavori più compiuti di Andrea Palladio.
    Ma, se Fanzolo è celebre per l'opera palladiana che vi si trova, lo diventerà ancora di più quando saranno rese note al mondo le gesta di un personaggio la cui fama oscurerà quella degli eroi, dei santi e dei criminali che si sono susseguiti finora nella storia dell'umanità. Il lettore si chiederà chi sia mai questo personaggio. La risposta è semplice e immediata: io. E non è un eccesso di esaltato narcisismo egocentrico. È semplicemente la verità.
    Ebbene, il personaggio, che per comodità, modestia e brevità ha assunto appunto il nome di Io, ha trascorso sei anni della sua vita nella frazioncina di Fanzolo, dove i suoi genitori, provenienti da Spineda, piccola frazione del non grande comune di Riese Pio X, sempre in provincia di Treviso, celebre in eterno per aver dato i natali a Io, si erano trasferiti con il pargoletto che ancora non si era reso conto di essere già nato. Per inciso, nel 2010 Io, che aveva deciso di andare da Este dove ora vive a comprare dei crostoli a Vallà, che si trova fra Spineda e Fanzolo, ebbe la brillante idea di far vedere il suo natio piccolo borgo quasi selvaggio e la casa che gli aveva dato i natali all'amico Canio, che l'accompagnava. Quale immensamente amara delusione abbia provato Io, nessuno lo può immaginare. La casa dove aveva visto la luce non c'era più. Dove potrà mai essere posta, quindi, la targa commemorativa, quando fra un paio di secoli Io chiuderà per sempre gli occhi a questa vita terrena, con la scritta "Qui nacque nell'anno di grazia 1945 l'ineguagliabile Io, eccellentissimo ed insuperabile scrittore e pittore, docente di ogni ordine e grado da Belluno al Messico, passando per il Lussemburgo"?
    Ebbene, il piccino giunse a Fanzolo in un'età in cui chiunque dovrebbe essere innocuo. Non fu così. Il bambino cresceva passando le sue giornate fra il negozietto, l'osteria, il bar, la pompa di benzina, la cucina e il cortile, con il maiale in fondo, che stranamente non era lì per fare compagnia, ma molto più prosaicamente per essere trasformato, a tempo debito, in salami, salsicce, cotechini e altre leccornie del genere. Ma molto tempo lo trascorreva anche nel grande cortile e nella casa dei Brai, con annessa stalla, cantina e pollaio. I Brai erano degli agricoltori diretti che avevano adottato amichevolmente il piccolo Io per evitare che rompesse le scatole ai suoi genitori impegnati tutto il giorno con clienti e avventori. La casa dei Brai era in fondo alla stradina che si dipartiva dalla via principale di Fanzolo, a fianco della casa di Io, e non era più lunga di una trentina di metri. Io percorreva la stradina ad altissima velocità, perché gli piaceva moltissimo la casa dei Brai, dove era libero di rincorrere polli, oche e anatre, dove andava a mungere manualmente le mucche che erano nella stalla, sfogliare le pannocchie di mais sotto il porticato, pigiare l'uva con i piedi e dove ritrovava gli attrezzi da lavoro agricoli, forca, falce e rastrello, che i Brai avevano fabbricato a sua misura. Quelli erano i suoi giochi. I bimbi di oggi, con le loro play stations, non sanno assolutamente cosa sia il vero divertimento e la gioia che dà il fare da sé. Una Pasqua, la mamma di Io lo inviò dai Brai per prendere una gustosissima focaccia fatta a mano da quella che Io chiamava "la nonna dei Brai". Tale era la sua attesa di poter addentare a casa quel ben di Dio che era stato fatto appositamente per lui, che il nostro eroe inciampò su un sasso, la stradina non era evidentemente asfaltata, e cadendo rovinosamente a terra nel tentativo di salvare la focaccia si risvegliò nell'ambulatorio del medico condotto di Vedelago che gli aveva appena ricucito il mento. La cicatrice è ancora visibile ed è bene che lo si dica, per evitare che fra due secoli gli scienziati che, alla sua morte, studieranno la meraviglia del corpo di Io, come si fa con le personalità eccezionali, si mettano a litigare per determinare l'origine di quella ferita. No, non è stato in seguito ad una banalissima azione di guerra o di guerriglia o ad una più banale ancora impresa esplorativa. È stato un eroico capitombolo, per salvare l'integrità di una meravigliosa focaccia fatta a mano.
    La casa di Io si trovava alla fine della via principale che si dipartiva dalla piazza del paese. Lì, al bivio che portava sulla destra al mulino e poi a Vallà e sulla sinistra a Castelfranco, c'era un capitello. Era a quel capitello che ogni anno la processione del Venerdì Santo faceva inversione per ritornare alla chiesa parrocchiale. La ferocia dei bambini è figlia della ragione, che non è un dono di Dio, ma un'ignobile invenzione di Satana. Per la sua età, Io aveva una ragione molto sviluppata, che con l'ausilio di una capacità di ascolto, di osservazione e di una dose di riflessione anch'esse molto evolute, lo aveva portato a costatare una madornale imperfezione storica nella ricostruzione di una particolare stazione della Via Crucis, lungo il percorso della processione. Infatti, il sagrestano che rappresentava Gesù Cristo portando una croce di legno sulle spalle e camminando a piedi scalzi non gli pareva sofferente, come invece avrebbe dovuto essere, secondo quanto Io sapeva per aver sentito parlare, dal parroco e dalle suore dell'asilo, degli atroci dolori che Gesù aveva patito lungo il tragitto che aveva visto il suo Calvario. Così, spinto dalla ragione a ripristinare la verità storica, Io decise un Venerdì Santo di cospargere un po' di chiodi e di puntine lì dove, con matematica e metodica precisione, il sagrestano sarebbe giunto per invertire la marcia. I bambini di oggi, con tutti i loro giochi sofisticati ipertecnologici non sanno assolutamente cosa sia il vero divertimento. Horribile dictu. Al giungere della processione, un urlo spaventoso esplose nell'aria, inframmezzato da bestemmie indicibili, tanto più ignobili quanto emesse dalla bocca di uno che raffigurava Gesù Cristo.
    Però, la verità storica era stata ripristinata.

Pier Celeste Marchetti
Este, 2 aprile 2012 (Lunedì della Settimana Santa)