Parole sulle ali del vento


Angurie e meloni

   Ci sono angurie e meloni di cui il bambino che abitava in Piazza Angeli, a Fonzaso, ha ricordo. Nella sua vita ha mangiato, anzi sbranato un’infinità di angurie e meloni. Ma solo di certe angurie e certi meloni ha e avrà sempre un ricordo. Quelle angurie e quei meloni.
   Quando viveva a Fonzaso, molti, anzi troppi anni fa, da piccolo, la stagione delle scorpacciata di angurie e meloni andava da giugno a settembre. Venivano dalla pianura ed erano attesi con ansia, perché il loro arrivo coincideva con le vacanze estive. Costavano meno di niente, con le misure monetarie di adesso. Nel pieno dell’estate, si poteva comprare un’anguria intera con sole cinquanta lire, neanche tre centesimi di euro dei nostri giorni! Sul finire del caldo, a settembre, poi, il prezzo scendeva addirittura a trenta lire l’una. Allora c’era la sana consuetudine di verificare se il prodotto era davvero buono, prima di comprarlo. Con un coltello appuntito e affilato, il fruttivendolo scavava un tassello nell’acquoso frutto, te lo porgeva gentilmente, sicuro del risultato positivo, lo assaggiavi e, se era di tuo gradimento, maturo al punto giusto e dolce come si doveva, pagavi e te ne andavi per farti fuori nel più breve tempo possibile quel ben di Dio.
   Per i meloni, l’assaggio probatorio non era possibile. Come oggi, dovevi comprare a scatola chiusa, senza possibilità di restituire la merce se non gradita, entro i fatidici sette giorni, con rimborso. Però, allora era molto difficile rimanere delusi, se li sapevi palpare ed annusare a dovere. Come le angurie, anche i meloni erano tutti buoni. Si coltivavano con l’acqua sana, con il vero letame ed erano raccolti appena raggiunta la giusta maturazione naturale e venduti se non lo stesso giorno al più tardi il giorno dopo. Ora, l’acqua è inquinata, il letame è chimico e la maturazione è forzata. Siamo messi proprio male.
   Sono bei ricordi, ma le angurie e i meloni dei ricordi del bambino risalgono ad un’infanzia ancora più lontana, quando d’estate andava a trovare nonna Virginia di Spineda di Riese, in provincia di Treviso, rimasta vedova ancora prima ch'egli nascesse. Abitava nella casa in cui  lui era nato, negli ultimi mesi della tragica seconda guerra mondiale. Era una casa colonica, con annesso essiccatoio per i bachi da seta. Nell’enorme cucina, almeno così gli pareva che fosse, con gli occhi da bambino, giocava con i cuginetti, figli dello zio Celestino - che lì viveva con moglie, figli e la sorella Ernesta - e della zia Maria, che abitava a qualche centinaio di metri. Salita una scala, sul pianerottolo c’era una piccola sgranatrice, per il granoturco. Nel corridoio di sinistra, l’ultima stanza a destra era utilizzata per l’allevamento dei bachi da seta. Di fronte, sull’altro lato del cortile, c’era la stalla. Oltre la stalla, c’erano i campi. Quello era il territorio dov’era possibile esercitare appieno la libertà. Quando la nonna, chioccia amorevole, nonostante avesse una solida corporatura, di uno stuolo chiassoso di nipotini aveva bisogno di rimanere un po’ tranquilla, spediva questi suoi pulcini nella campagna, semplicemente raccomandando loro di ritornare prima che calasse il sole. E partivano, attraversando campi e campi, fino a giungere in quelli coltivati a meloni e angurie, sulle rive del torrente Muson. Accaldati dal sole estivo e dalle corsa, era naturale che si avventassero immediatamente sui frutti, che divoravano letteralmente.
   Ha mangiato tante angurie e meloni nella sua vita, quel bambino, ma solo quelle angurie e quei meloni fondano il suo ricordo.

Pier Celeste Marchetti
Este, 2006