Parole sulle ali del vento

 

Il ponte di legno

 

Il ponte di legno, che i vecchi chiamavano il pont dei siùri - chissà poi perché, visto che era attraversato solo dalla povera gente, giacché i signori che vivevano in centro non avevano nessun interesse ad andare a visitare la gente al di là del fiume - collegava il paese a due sue frazioni. La prima, che s'incontrava subito dopo averlo attraversato, era il gruppo di case sulle quali sporgeva il pianoro del monte Vallorca, su cui sorgeva la casa bianca. L'altra pure era ai piedi del monte, ma un paio di chilometri oltre, sulla parte del versante sud.

Il ponte di legno era un luogo di attraversamento privilegiato per Pierre e Renato, quando volevano andare alla casa bianca. Poi, finite le vacanze estive, Renato ritornava nella sua grande casa, in un villaggio della pianura, per recarsi quindi a studiare in una città anch'essa attraversata da un fiume, ma senza il fascino del paesaggio montano, del pianoro con la sua casa bianca e delle scorribande con Pierre. Dove abitava Renato, c'erano solo campi prevalentemente di frumento, granoturco, angurie e meloni. C'era anche un torrentello, il Muson, che non poteva minimamente competere con il Cismon, su cui sorgeva il ponte di legno, un fiume con un corso d'acqua impetuoso tipico dei torrenti.

Pierre, invece, rimaneva fra i monti, sognando di andare a scoprire città e luoghi lontani. Ma lì doveva restare, perché lì viveva la famiglia. Comunque, si considerava più fortunato, si può dire, di Renato. Rimanendo ai piedi dell'Avena, con il Vallorca di fronte, lui almeno una volta l'anno, in autunno, ma spesso anche con una replica in primavera, poteva assistere all'opera delle brentane, le piene del fiume, che inesorabilmente sfasciavano il ponte di legno, isolando le frazioni dal paese e impedendo a Pierre di andare ad esercitare la sua fantasia sul pianoro della casa bianca. Poco male, si diceva Pierre, impegnato in autunno a fare incetta di funghi e in  primavera a raccogliere narcisi e mughetti, sui prati e nei boschi dell'Avena.

Dunque, inesorabilmente con l'inizio della scuola, il primo giorno di ottobre - a quei tempi la scuola iniziava in quella data - arrivavano piogge abbondanti che gonfiavano rapidamente e paurosamente il fiume. Paurosamente per la gente timorosa che abitava in pianura o nelle città. Per Pierre e gli abitanti del luogo, soprattutto per i bambini e i ragazzi, la travolgente forza del fiume in piena era uno spettacolo da gustarsi ad occhi pieni. Un po' preoccupati erano gli abitanti della frazione ai piedi dell'infido Vallorca e a ridosso del fiume, perché sarebbero rimasti isolati per un certo tempo dal resto del mondo. Ma solo un po'. La conoscenza del fenomeno, trasmessa di generazione in generazione, li aveva resi previdenti. Quando s'avvicinava la stagione delle piogge, facevano scorte abbondanti di cibi in scatola e di pasta, per la gioia della mamma di Pierre. La farina per il pane e la polenta se la producevano nei loro appezzamenti di terreno. Una o due mucche, per il latte, il burro e il formaggio, erano nella stalla. Il maiale, per i salami e le salsicce, sguazzava beatamente nel cortile, incurante di sole, pioggia e vento. I fagioli erano stati essiccati, per conservarli e utilizzarli successivamente nella brutta stagione. Il vino non temeva di invecchiare in cantina. Non ne avrebbe avuto il tempo, perché la gente lo beveva, senza pensare troppo al futuro, per dimenticare il passato. Non ci sarebbero stati problemi se non andavano a messa per qualche domenica, perché il parroco ammetteva che il precetto non era vincolante, dato l'impedimento dovuto a cause di forza maggiore, soprattutto perché era lui che non poteva provvisoriamente recarsi in loco ad officiare il rito.

Dunque, arrivavano le piogge. Pioveva e pioveva senza sosta. Qualcuno diceva che forse era il caso che il parroco promuovesse una novena per implorare la cessazione del diluvio. La novena arrivava, ma la pioggia continuava. O Dio era sordo o faceva finta di non sentire o era semplicemente stanco che gli uomini continuassero a pregarlo prima perché cessasse la siccità, poi perché cessasse la pioggia, poi ancora perché il raccolto fosse abbondante, quindi perché passasse il morbillo dei figli, più tardi perché nevicasse, perché come dice il proverbio sotto la neve pane, ma non troppo, altrimenti sarebbero crollati i tetti delle case.

Il fiume si gonfiava con una rapidità impressionante e la forza dell'acqua aumentava a dismisura. Si erodevano le sponde, si allagavano gli orti - lì chiamati broli - delle grave o giare,  che erano il terreno ghiaioso formato dai successivi depositi arenili della varie inondazioni, su cui si coltivavano soprattutto i fagioli, della pregiata qualità di Lamon, e l'uva per la produzione del vino, il Bacò e il Clinto. Vini micidiali per il fegato, ma eccezionali accompagnatori dei salumi nostrani.

Senza preavviso, arrivava il botto finale. Però l'esperienza degli anziani serviva pure a qualcosa. Il fiume non avvisava, ma la popolazione sapeva. Solo pochi minuti prima che la furia del fiume fracassasse il ponte in mille pezzi, trasportandoli impetuosamente a valle, bambini e ragazzi davanti a tutti, poi gli uomini non impegnati al lavoro, quindi gli anziani, che arrivavano per ultimi perché più lenti nel cammino, e le donne che si tenevano un po' dietro con la scorta di panini al salame e formaggio,  fiaschi di vino per i grandi e fiaschi d'acqua per i piccoli, s'ammassavano in cima alla riva. Nessuno scendeva fino al ponte, per ovvi motivi di sicurezza e se qualche ragazzotto scapestrato o qualche bambino sconsiderato tentava di farlo, immediatamente arrivavano due ceffoni ben assestati da qualche adulto, con la benedizione dei genitori. E lanciavano all'unisono dapprima un invito al fiume perché facesse rapidamente il suo dovere di distruzione del manufatto, poi un ooohhh d'esclamazione con applauso, non appena il ponte se n'andava in frantumi lungo la tumultuosa corrente.

Finito lo spettacolo, tutti tornavano a casa. Il ponte sarebbe stato costruito non appena fosse diminuita la forza dell'acqua, per poi richiamare l'attenzione della gente già in primavera, quando all'acqua piovana s'aggiungeva quella dello scioglimento delle nevi, che negli inverni di quegli anni erano abbondanti, spesso con l'esito ineluttabile di un altro crollo del ponte, per il soddisfacimento della curiosità della gente e per la gioia dei bambini, che più di tutti godono nel vedere l'abbattersi di catastrofi mirabolanti della natura, soprattutto se, per assistervi, le maestre interrompono le lezioni ed accompagnano la scolaresca lungo il sentiero che porta al mulino, dopo il cimitero, prima della discesa della riva. I bambini perché amano le tragedie, le maestre perché sono curiose come tutte le donne.

D'altra parte, era anche giusto che fosse così, in un paese in cui l'unica distrazione, abbastanza noiosa, era data dai film di Maciste, Sansone e dei pirati alternati dalle imprese dei cow boy con contorno di indiani, che la domenica pomeriggio venivano proiettati nella sala cinematografica della parrocchia, strapiena perché ancora non era arrivata la televisione nelle case.

Qui, sul fiume, la storia era vera ed esaltava le anime di grandi e piccini. I quali, per una volta tanto, anziché chiedere qualcosa a Dio, lo ringraziavano di offrire loro uno spettacolo unico ed entusiasmante.

Amen.


Pier Celeste Marchetti